Progetto Fotografia – “L’eco dei solchi”


“L’eco dei solchi” è la tappa finale di un progetto che ha coinvolto alcuni ospiti delle comunità riabilitative psichiatriche dell’IRCCS Centro San Giovanni di Dio – Fatebenefratelli.

Avvalendosi della collaborazione di una fotografa professionista, Chiara Cadeddu, il progetto si è proposto come laboratorio di educazione visiva utilizzando la macchina fotografica per catturare ”particolari”, elementi visivi che potessero contenere in sé un’energia e una singolarità capace di attirare lo sguardo su di sé.

Tracce di “azioni passate” che hanno lasciato testimonianza nel tessuto urbano; segni di scalfitture, incavi, fenda, un segno da percussione nella pietra di un’ architettura, un tappo incastonato nel manto stradale.

“Segni” che in un secondo momento sono stati rielaborati e trasformati in un oggetto artistico.

 

Il progetto ha avuto diversi cicli formativi in progressione:

• laboratorio di fotografia

• laboratorio artistico espressivo

 

Il progetto ha avuto alcuni obiettivi:

  • ha permesso di osservare con attenzione, vedere, guardare.
  • acquisire una modalità di analisi per individuare somiglianze tra i segni.
  • conoscere e sperimentare la fotografia come tecnica espressiva e documentativa.
  • aumentare il funzionamento nell’area espressiva e cognitiva e porre le basi e le premesse anche per quelle socio-affettive.
  • acquisire delle procedure operative in campo espressivo.
  • la collaborazione e l’instaurarsi di corrette relazioni sociali e di lavoro.

 

In questo percorso, denso di significati, c’è stato, una forte sollecitazione agli occhi, mentre si camminava sull’asfalto, su questa pelle di città. Un “andare e un tornare” dello sguardo, nello sfumare, nello sfuocare. Alcune domande hanno guidato l’osservazione:

C’è un tatto degli occhi che tiene memoria di quanto già rilevato dalla pelle? Nel potere evocativo di un muro scheggiato da un proiettile?

Nella ferita nera dell’asfalto, “che non sia questa volta quella della propria pelle” dove si piantano con gesti di forza e impegno sostegni, estremità affilate.

Come nel linguaggio parlato e scritto si utilizzano le metafore per rappresentare qualcosa che avrebbe bisogno di una complessa forse poco chiara articolazione linguistica per essere comunicata, si è scelto di utilizzare “ l’immagine fotografica”. Immagini prima cercate, trovate e fissate come “ segni significanti” nel rettangolo di un obbiettivo fotografico.

Si è parlato di un prima, fatto da un naturale osservare che funziona come un insieme di stimoli, e di un dopo, fatto da un “guardare attraverso”, nel rendersi conto di guardare e di vedere nella piega di un marciapiede “il dissidio interno che li abita”, e operando sul reale, la scoperta per mezzo dello sguardo della propria sensibilità, mettendo in questione, dando significato e forse ordine alle proprie percezioni, nel saper ascoltare la lingua in cui parlano le cose mute.

Nell’Asfalto come specchio, superficie su cui fissarsi ed immedesimarsi tra i muri che guardano e accolgono, nei loro ricordi come luoghi del sentire, come luogo terapeutico di passaggi irregolari e mossi, ma trascorrenti appunto.

 

Questo progetto e l’esposizione delle opere sono in linea con la mission della nostra associazione che da anni realizza i suoi progetti con lo scopo di dare al paziente/ospite dell’IRCCS-Centro San Giovanni di Dio Fatebenefratelli la possibilità di sperimentarsi in diversi dispositivi per promuovere il recupero di alcune abilità cognitive e psicologiche necessarie per un funzionamento personale e sociale adeguato.

Le attività, svolte sia presso i Laboratori del Centro che in contesti “naturali”, favoriscono la progettualità delle persone, il mantenimento della motivazione, la promozione di quelle capacità cognitive che hanno a che fare con la programmazione, con i processi di “decision making” e con la risoluzione di problemi, indispensabili per un buon funzionamento personale e sociale.

Favoriscono inoltre la conoscenza di strumenti e tecniche per ricercare una via espressiva, non verbale, al fine di acquisire un modo nuovo di guardare al mondo e alle cose del mondo, che non sia solo quello di stare dentro i propri pensieri ma anche di aprire una finestra ponendosi nell’ascolto delle cose presenti, per poterle modificare e per dire qualcosa di sé, per mettersi alla prova in termini inventivi, con materiali e tecniche per cominciare a intuire cosa vuol dire arte e poterlo fare attraverso un lavoro piacevole. Ciò permette di aumentare il funzionamento integrato dell’aree espressiva, cognitiva e socio affettiva, verso una consapevolezza migliore della realtà e dei propri rapporti con il mondo.

Il canale artistico, ormai da diversi anni, è stato inoltre da noi scelto come uno dei terreni riabilitativi per promuovere dei cambiamenti, interni all’individuo ma anche all’esterno, nella Polis, contro quell’immagine stereotipata di malattia mentale che troppo spesso ancora oggi si ritrova nei contesti più diversi.