Progetto FotoTerapia – Ci sono. Mi vedi?


Fotografie scattate dagli adolescenti del centro diurno Raggio di Sole – Coop. Fraternità Brescia nell’ambito del progetto di volontariato “fotografia come terapia”

La mostra fotografica “CI SONO. MI VEDI” nasce da un progetto di fotografia più ampio realizzato insieme alla volontaria, fotografa professionista, Chiara Cadeddu.
Parte dall’idea di utilizzare lo strumento macchina fotografica per raggiungere alcuni obiettivi terapeutici:sviluppare la capacità creativa dei ragazzi e potenziare la capacità di lavorare in gruppo seguendo determinate regole di convivenza sociale, (l’attività è stata vissuta al di fuori del Centro Diurno ,negli ambienti di vita dei ragazzi), di relazione tra i membri del gruppo, rispettando il lavoro e le possibilità di ognuno, ma anche regole tecniche legate all’utilizzo di una macchina fotografica.
Dopo un periodo di lavoro con la macchina fotografica si è pensato di ragionare su un progetto di
più ampio respiro utilizzando un altro strumento: lo specchio. Anzi lo specchio e il modello che
dietro lo specchio si nasconde.
La difficoltà evidente di queste fotografie, sincronizzare l’immagine riflessa nello specchio
facendola coincidere con il resto del ambiente fotografato, ha obbligato fotografo e modello a
comunicare in modo preciso e funzionale per poter raggiungere il risultato stabilito, fotografo e
modello erano due pazienti del Centro Diurno.
Quindi, queste opere, sono in primo luogo, un risultato riabilitativo importante, ma non solo,
risultano anche una seria riflessione sull’adolescenza.
Le fotografie ritraggono ambienti e luoghi classici della vita non impegnata dei nostri ragazzi e in
generale degli adolescenti bresciani, le fotografie, per scelta non sono state scattate nei luoghi
“formalizzati”: scuole, famiglia, oratori…
Sono stati, invece, scelti i luoghi informali della città di Brescia, come i parchi, il centro storico e la
periferia. Ambienti scelti da loro e nei quali spesso si identificano. Nelle immagini l’ambiente
rimane sullo sfondo e intorno al modello, sembra quasi includerlo, inglobarlo se non addirittura
assorbirlo. Il luogo di vita non fa solo da sfondo all’immagine, ma entra anche nello specchio
invadendo l’immagine della persona, entrando dentro di essa o coprendo il suo volto.
L’immagine riflessa si sostituisce al volto del ragazzo, quasi a voler rappresentare, essa stessa, la
fisionomia della persona, coincidendo con la realtà dell’ambiente circostante. Confondendo la
persona con il luogo.
Le opere parlano di questi ragazzi mimetici, persone che fuggono una loro personalità
immedesimandosi con il luogo o la situazione di vita che hanno scelto, o che qualcuno ha scelto
per loro. Adolescenti che hanno tolto le maschere e, che addirittura, scompaiono agli occhi della
società, riapparendo a tratti, ma quasi mai nella loro autenticità di sguardi, visi ed espressioni,
spesso solo stigmatizzati nei luoghi di adozione.
In molti casi è però l’adulto stesso che guarda attraverso il volto del ragazzo, trapassandolo con lo
sguardo e osservando solo la condizione sociale e il contesto, sicuramente più facile da
interpretare e criticare.
Nello specchio non si vede mai riflessa nessuna persona, nessuno osserva direttamente questo
vuoto, pieno esclusivamente di costruzioni, mattoni, colonne, auto, erba e tanto altro. Riflettersi nel
vuoto o nella sofferenza di chi si ha di fronte può essere pericoloso, sicuramente stimolante ma
certamente rischioso.
Altra analisi dell’opera è il modello, l’adolescente ritratto è solo, non è in gruppo, non è inserito in
un insieme di coetanei. La solitudine disegnata in queste foto rappresenta la condizione di alcuni
ragazzi, resi soli spesso dalla sofferenza, dalla malattia o dalla disillusione.
La mostra non è solo da osservare, ma coinvolge lo spettatore facendolo entrare in questi luoghi,
lo spinge a confrontarsi con questi riflessi di una precisione sconvolgente. Lo spettatore entra
nell’immagine e accompagna questi adolescenti soli in un viaggio di ricerca di Se.